L’OMOFOBIA INTERIORIZZATA

La prima volta che ho sentito parlare di omosessualità avevo circa 6 anni.

È accaduto nell’era del “Se lo conosci lo eviti”, leit-motiv di una nota campagna di sensibilizzazione all’AIDS degli anni ’80.

Fu dopo un servizio del TG1 su Boy George; chiesi come mai un maschio potesse scegliere di vestirsi da femmina.

Ricevetti una risposta generica, ma “di civiltà”, come direbbe Nanni Moretti.

Mi dissero che se non si fa male a nessuno, si può scegliere di essere come si vuole, anche quando si tratta di vestiti.

Fu nel gruppo dei pari che scoprii che la faccenda non era così semplice e che se c’era una infamia da lanciare addosso al nemico, la più grave era quella di essere omosessuale. E, a voler essere sinceri, da bambini e poi da adolescenti non si è mai così politically correct e ci si lancia addosso del ricchione, del finocchio e del frocio come fossero proiettili da sparare in pieno petto. Perché di tutti gli insulti, l’omosessualità è l’unica che non si può proprio ridefinire positivamente.

Lo “stronzo” è affascinante, lo “scemo” è simpatico, ma il “frocio” è solo il frocio.

Facile dire che a quel tempo tutto avrei voluto nella mia vita, meno che essere omosessuale.

Questo resoconto, per quanto appena accennato, sono sicura che sarà familiare alla maggior parte delle persone.

Una ragazza in un’intervista ha spiegato:

«Sapevo cosa voleva dire omosessuale, l’ho saputo da una barzelletta. Quando vieni a conoscenza di questa visione così negativa dei gay, non è sorprendente che sei terrorizzata dall’idea di acquisire quell’etichetta… Come poteva una ragazza ordinaria come me far parte di quel gruppo di persone malate?». (da “L’offesa peggiore”, Pietrantoni L., 1999, pag. 51)

Il terrore di cui tanto efficacemente parla questa ragazza può gravare sull’autostima e sulla costruzione dell’identità, spingendo spesso gli adolescenti omosessuali a vivere il proprio orientamento sessuale per lo più in clandestinità, all’interno di una sorta di cesura che tiene separati immagine pubblica e immagine privata.

Ed è all’interno di questa cesura che possono insinuarsi i giudizi negativi sull’omosessualità che l’adolescente percepisce nell’ambiente che lo circonda e introietta come una vera e propria autocondanna.

L’omofobia diventa così interiorizzata e – da omosessuali – ci si può convincere che la vita da omosessuale sia destinata all’emarginazione e all’infelicità e che le relazioni omosessuali siano sbagliate, malate e peccaminose.

In fondo, l’identificazione dell’omosessualità come una variante non patologica del comportamento sessuale da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è appena del 1993. Le terapie riparative considerano l’omosessualità una condizione patologica che, con la giusta volontà, motivazione e perseverazione, può essere reversibile.

L’esistenza di questo tipo di “terapie” può rinforzare in alcuni omosessuali la convinzione che l’errore sia in loro, che perseverano in una scelta volontaria e insistono pervicacemente nell’errore.

Dalla colpa al coming out: un percorso possibile

Dall’omofobia interiorizzata possono originare effetti deleteri sul funzionamento psicologico del giovane gay e della giovane lesbica. Sono sempre più le ricerche che mostrano come non ci siano sostanziali differenze nell’incidenza della psicopatologia negli omosessuali rispetto agli eterosessuali.

Quello che invece emerge sempre più chiaramente è l’effetto che ha il clima di riprovazione sociale sugli individui. Questa favorisce:

  • l’emergere di profondi sentimenti di sfiducia

  • può condurre all’isolamento

  • all’evitamento e/o a difficoltà nelle relazioni intime e affettive

  • possono ingenerarsi disfunzioni sessuali

  • comportamenti di abuso di sostanze

  • disturbi del comportamento alimentare

  • e, nei casi estremi, il suicidio.

L’omofobia interiorizzata e il disagio psicologico nei gay e nelle lesbiche sono fortemente legati al processo di formazione dell’identità omosessuale ed è una variabile da tenere sempre presente nel trattamento di persone omosessuali.

È necessario passare da un modello terapeutico che considera l’omosessualità tot court parte dei sintomi – se non il Sintomo da cui far discendere ogni altra sofferenza portata dal paziente – a un modello affermativo, che elimini la dicotomia tra subalterno e normativo, naturale e innaturale e consideri per lo sviluppo sessuale la possibilità di soluzioni diversificate.

Il modello affermativo tiene in considerazione l’oppressione che influenza lo sviluppo e l’adattamento della personalità. Tra i suoi obiettivi si pone proprio quello di aiutare la persona omosessuale a sviluppare e potenziare le proprie abilità di coping per fronteggiare l’indesiderabilità sociale e favorire l’esplorazione e l’accettazione di sé alleggerita dal peso dello stress e del senso di colpa.

È necessario perciò far emergere in che modo l’omofobia interiorizzata si esplica e agisce e sostenere l’individuo nel principale processo di affermazione del sé – il coming out – favorendo la ricostruzione di una immagine positiva di sé.

Per giungere a ciò è necessario che il lavoro si concentri sull’affrontare il senso di difformità dai costrutti sociali dominanti, sull’esplorazione degli stereotipi e dei falsi miti sull’omosessualità e sul coming out.

In conclusione, mi sento di condividere con lo scrittore Tommaso Giartosio una speranza: quella che «l’omofobia – anche quella interiorizzata, direi io – diventi questo: un repertorio di innocui stereotipi che pochi imbecilli prendono sul serio, mentre tutti gli altri ci giocano» (da “Perché non possiamo dirci. Letteratura, omosessualità, mondo” di Tommaso Giartosio, Feltrinelli, 2004).